Ceppi: «Non dobbiamo cercare l’optimum, ma la diversità. L’AI è un’occasione per guardare in modo più olistico la realtà, non per risolvere tutti i problemi»
Architetto e Designer, Giulio Ceppi è Docente al Politecnico di Milano e precedentemente nelle Facoltà di Architettura di Genova, Torino e Roma. Ha fondato nel 2005 il Master in Business Design per Domus Academy, dove ha anche coordinato il Centro Ricerche fino al 1997. È tra i fondatori di Schola Italica e membro del board del Design Museum ADI a Milano. Si occupa di progettazione sensoriale, innovazione sostenibile, design for all e scenari sistemici.
È stato Senior Consultant di Philips Design e nel 1999 fondatore e Creative Director di Total Tool, società di visioning e design strategy, con sedi a Milano e Buenos Aires. Con lui abbiamo parlato di fabbrica automatizzata, AI, e del ruolo del progettista oggi. Ecco cosa ci ha raccontato.
Che ruolo può avere il design in una fabbrica sempre più automatizzata?

Le discipline che studiano l’interazione uomo-macchina, nell’ambito più ampio dell’interaction design, hanno una loro storicità. Negli ultimi anni si sono arricchite sul piano psicologico, oltre che ergonomico. In Italia, da Olivetti in poi, abbiamo declinato questi temi in modo più “latino”, se possiamo dire così, ossia meno rigido rispetto alla stereotipicità anglosassone. Aggiungiamo User Experience Design e Design for All ed ecco che il design ci permette di comprendere la ricchezza del rapporto uomo-macchina e, di conseguenza, di migliorare ambienti, processi e interazioni. Più la fabbrica si automatizza, più il design diventa importante, perché non possiamo trascurare il lato umano. Si parte dal disegno della macchina e delle linee di produzione, ma sempre più si guarda alla modalità in cui umani e macchine lavorano insieme nello stesso ambiente. Questo vale in fabbrica come altrove. In tal senso, il design non migliora solo il prodotto, ma anche gli stessi processi industriali.
Esiste ancora una separazione tra chi progetta e chi produce?
Oggi questo tema è legato alle tecnologie additive: la produzione è sempre più flessibile e indipendente dalla logica della serialità e dei grandi numeri. Anche nei processi più tradizionali, per questioni oggi imprescindibili di sostenibilità ambientale, se non si conoscono i processi produttivi è difficile realizzare prodotti di successo. La conoscenza tra i due momenti è sempre più importante. Nel modello di business emergente, chi progetta, chi produce e chi comunica devono essere allineati. La comunicazione non può limitarsi ad “appiccicare” a valle qualcosa che non c’è. Di un prodotto o servizio oggi devi raccontare come lo hai pensato, fatto e proposto: rispetto al passato c’è assoluta osmosi e fluidità tra progettare e produrre, sia sul piano tecnico che culturale.
L’AI rischia di standardizzare i prodotti o può aumentare la diversità progettuale?
L’AI si muove su registri oggettivi: dati, algoritmi…e dal punto di vista dei processi produttivi migliora la mass customization e la personalizzazione dei prodotti. A livello di gestione dei macchinari, aumenta la flessibilità produttiva. Oggi viene ancora principalmente usata per ottimizzare un’idea di perfezione, per risolvere problemi e trovare sempre la soluzione ottimale. Ma le soluzioni – così come i problemi – cambiano continuamente nel tempo. Io credo che, proprio per evitare l’omologazione di idee e prodotti, l’approccio debba essere diverso. Dobbiamo considerare l’AI come uno strumento che aiuti a gestire il divenire delle cose – elemento fondamentale – non tanto come un mezzo per raggiungere uno standard che ci illudiamo abbia durata infinita. L’AI può aiutarci nel gestire il dinamismo, il cambiamento, ad affrontare logiche diverse. A livello industriale, questo è l’uso intelligente: non cercare l’optimum, ma la diversità.
Da questo punto di vista come cambia il lavoro del progettista con l’AI?
Per i progettisti, l’AI è uno strumento potentissimo che va capito e gestito. Non sostituisce le competenze, ma le integra. C’è grande eccitazione per i tempi veloci, ma anche il fantasma di venire spodestati nella creatività o nella capacità di scelta. Nel design ci sono diverse fasi – ricerca, analisi – non c’è solo il momento dell’idea, dell’intuizione. L’AI può aiutare a meglio capire la qualità e la bontà dei processi, a visualizzare le idee, ma difficilmente può crearle a mio avviso.
E questo nuovo equilibrio tra progettista e AI, le aziende sono pronte a gestirlo davvero? Le aziende sono pronte a integrare dati e intuizione?
Se il progettista deve imparare a integrare l’AI nel proprio lavoro, lo stesso vale per le aziende: sanno bilanciare ciò che è misurabile con ciò che per definizione invece non lo è? L’AI lavora sull’esistente: mette insieme dati e informazioni pregresse, parte da una cultura misurabile. L’intuizione, invece, è soggettiva, poco quantificabile, e ha a che fare con il coraggio: ti devi fidare di te stesso, devi seguire sensazioni “di pancia”. La storia del design italiano è fatta di intuizione, coraggio e scelte personalistiche: tutti elementi molto lontani dal comportamento dell’AI. Proprio quel coraggio, oggi, rischia di perdersi, perché l’AI connette in modo certamente potente, ma spesso anche banale: il rischio è altrimenti l’appiattimento. Il futuro sta nell’integrazione delle due dimensioni. In questo momento vedo infatti le aziende in una fase contraddittoria: da un lato usano l’AI per ottimizzare. Dall’altro, quando c’è da prendere una decisione creativa, la usano come la marmellata – per dirla con Italo Calvino – cioè a cucchiaiate. Ma, come appunto ricordava Calvino, la creatività per essere valida, come la marmellata, ha bisogno del pane e del burro, di un substrato di convinzione e razionalità. Lo stesso vale per l’AI, che, tra l’altro, non è solo razionale: può essere creativa, ma in modo incontrollabile. Per questo la creatività va gestita all’interno di un processo.
Cosa non stiamo capendo dell’AI?
Quello che oggi non stiamo capendo è che, come tutte le tecnologie, l’AI va osservata da un punto di vista critico. Prendiamo la fotografia: nel XIX secolo il ritratto pittorico è stato soppiantato nel giro di un decennio, dall’idea che la fotografia rappresentasse meglio la realtà. Oggi la fotografia non è più la realtà, non è una prova oggettiva, nemmeno in tribunale. Questo per dire che il percepito delle tecnologie cambia velocemente.
L’AI è un brainframe, un sistema tecnologico non neutrale, dentro il quale ci troviamo in modo spesso non consapevole. Come ricorda Derrick de Kerckhove, le tecnologie oggi sono super-protesi che modificano in modo profondo il nostro rapporto con la realtà. C’è anche un tema locale: Tomás Maldonado diceva che in Italia spesso viviamo delle “bolle emotive” rispetto alle tecnologie. Noi italiani siamo un paese particolare – forse più incline a amori e disamori verso un tema od una altro, come accadde con il nucleare ad esempio. Anche questo ci sfugge, ovvero che stiamo vivendo una fase emotiva, non ancora critica. Infine, non bisogna dimenticare che l’AI è un tipo di intelligenza. Ma esistono anche altre intelligenze – vegetale, animale – dalle quali dobbiamo imparare. L’AI è un frutto del nostro modo di essere sul pianeta, forse un’occasione per guardare in modo più olistico la realtà. Non possiamo pensare che l’idea di futuro rappresentata dall’AI sia in grado di risolvere tutti i problemi. Magari aiuta a diventare più consapevoli, ma siamo di fronte a una biforcazione verso l’AI: chi si farà trascinare e chi farà un uso più consapevole. Il futuro non è scritto negli algoritmi.



