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Il conto della guerra in Iran: 21 miliardi per l’industria italiana

La bolletta energetica potrebbe tornare ai livelli del 2022. L’Italia regge grazie al Pnrr ma senza una risposta europea il modello italiano rischia di non reggere

L’analisi del Centro Studi di Confindustria fotografa uno scenario drammatico. Se il conflitto dovesse protrarsi per tutto il 2026, con un petrolio a 140 dollari al barile, le imprese italiane pagherebbero 21 miliardi di euro in più in bolletta. Un peso insostenibile che farebbe schizzare l’incidenza dei costi energetici dal 4,9 al 7,6%, pericolosamente vicino ai livelli critici del 2022 (8,3%). Persino nello scenario “breve” – conflitto concluso a giugno, petrolio a 110 dollari – il conto extra per le aziende sarebbe di 7 miliardi. 

Mentre i riflettori restano puntati sugli equilibri geopolitici, nelle fabbriche italiane e negli uffici dei manager europei l’allarme è scattato da tempo. Il costo della guerra in Iran purtroppo si misura anche in cifre spaventose che rischiano di travolgere il tessuto industriale del Vecchio Continente. L’Italia, paese manifatturiero per eccellenza e fortemente dipendente dall’energia importata, è in prima linea. La guerra sta inoltre avvelenando il clima di fiducia. E quando la fiducia manca, gli investimenti si fermano.

Il termometro dell’Italia: segnali di febbre

La bolletta pesa già e l’Italia non parte da una posizione di vantaggio. Già nel 2025, per gli strascichi dei rincari del 2022, la manifattura italiana pagava i costi dell’energia più alti di Francia e Germania. Questa voce è citata infatti come principale ostacolo dal 25% degli imprenditori intervistati da Confindustria. A marzo l’indice Pmi dei servizi è crollato in territorio recessivo (48,8), segno che la domanda interna si stava contraendo. E le attese di produzione nell’industria sono in brusca flessione.

La guerra sta inoltre allargando gli spread. I tassi sovrani italiani sono risaliti al 4,02% a fine marzo, dal 3,36% del 27 febbraio. L’inflazione nell’Eurozona è balzata al 2,5% a marzo, e la Bce è attesa alzare i tassi nel secondo trimestre. Il credito per le imprese diventerà più caro proprio quando serve più liquidità. L’unico vero cuscinetto che tiene in piedi gli investimenti, in questo momento, sono le risorse del Pnrr. Senza quelle, il quadro sarebbe già da recessione.

Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, non ha usato giri di parole. A margine di un evento a Milano, ha infatti tracciato uno scenario per cui il tempo gioca contro l’industria: «Se la guerra si fosse conclusa velocemente saremmo allo 0,5% del Pil, se continuasse per altri tre mesi saremmo a zero, se arriviamo a fine anno abbiamo la quasi certezza della recessione». Pochi giorni prima, a Bruxelles, aveva lanciato un grido d’allarme chiedendo la sospensione del sistema Ets.

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Come la guerra entra in fabbrica

Lo shock innescato dal conflitto si trasmette lungo tre passaggi successivi, tutti già in azione.

Primo: la compressione dei margini. Quando il prezzo dell’energia aumenta, cresce il costo unitario di produzione e le imprese non riescono a ribaltare l’intero rincaro sui prezzi finali, perché la domanda è debole. Secondo, quando i margini scendono sotto una certa soglia, la risposta tipica non è aumentare i prezzi, ma ridurre l’attività. I settori più esposti sono quelli energivori: metallurgia, chimica, ceramica. E lo shock non colpisce solo chi usa energia direttamente, perché aumenta il costo degli input intermedi, si trasmette lungo la supply chain e riduce la competitività dell’intero sistema.

La conseguenza è la perdita di competitività dell’export. A febbraio l’export italiano era ancora in crescita (+2,2% a prezzi costanti), trainato da un rimbalzo delle vendite negli USA (+8% tendenziale). Ma i nuovi dazi, in vigore dal 24 febbraio, hanno già reso le merci italiane meno competitive. Un impatto diretto della guerra è atteso sui 22 miliardi di export verso i paesi del Golfo e su alcune forniture critiche come alluminio e fertilizzanti.

Il conto della guerra in Iran: 21 miliardi per l’industria italiana

Cosa dicono le imprese

Nel questionario di marzo dell’Indagine Rapida di Confindustria, le grandi imprese associate hanno indicato tre criticità già evidenti: il già citato costo dell’energia (25%), i costi di trasporto e assicurazione (21,9%) e il costo delle materie prime non energetiche (18,4%). Con il prolungamento del conflitto la preoccupazione si sposterebbe: il costo delle materie prime diventerebbe il primo rischio (20,7%), seguito dall’energia (19,4%). Emergono anche i timori per l’approvvigionamento: la quota di imprese che segnala criticità nella fornitura di materie prime sale dal 7,4 all’11,3%.

Se l’Italia soffre, il resto d’Europa non se la passa meglio. Anzi, in alcuni settori la guerra sta facendo danni strutturali che da noi sono meno visibili. La presidente della BCE, Christine Lagarde, in una recente intervista ha avvertito che gli investitori stanno “sottovalutando le ricadute” del conflitto, dato che il percorso di ritorno alla stabilità potrebbe richiedere anni, non mesi. Lagarde ha citato l’esempio dell’elio. Questa risorsa, che transita nello Stretto di Hormuz, è vitale per la produzione di semiconduttori. Una sua strozzatura potrebbe far impennare il costo dei microchip, a dimostrazione del fatto che il contagio può colpire settori molto lontani dall’energia.

Con lo sguardo sempre rivolto all’Europa, secondo una survey dell’Istituto Ifo di Monaco, «il 90% delle aziende manifatturiere tedesche prevede gravi conseguenze negative dalla guerra in Iran». A dirlo è Klaus Wohlrabe, responsabile dei sondaggi Ifo, che ha spiegato: «Il conflitto colpisce la produzione direttamente, ma soprattutto causa grande incertezza». Il 78% delle imprese cita i prezzi energetici come motivo principale di preoccupazione, mentre il 36% segnala problemi già evidenti nelle rotte commerciali e nelle forniture di materie prime.

Anche la Banca centrale europea, nel suo ultimo bollettino economico, ha iniziato a fare i conti con il conflitto. Alla fine del 2026, la guerra costerà all’Eurozona un terzo di punto di Pil. Lo scenario di base delle proiezioni prevede una crescita annua dello 0,9% nel 2026, rivista al ribasso di 0,3 punti rispetto a dicembre.

I dati europei aiutano a rispondere a una domanda cruciale: l’industria italiana regge l’urto meglio o peggio dei competitor? Da un lato, siamo partiti svantaggiati. Nel 2025, a causa degli strascichi del caro energia del 2022, la manifattura italiana pagava già una bolletta più alta di quella di Francia e Germania. Il margine di manovra per assorbire nuovi rincari è inferiore. Inoltre, la struttura industriale italiana è più energy-intensive di quella francese (grazie al nucleare) e meno protetta di quella tedesca da politiche di sostegno pubblico.

Dall’altro lato, c’è la straordinaria capacità di adattamento dell’industria italiana: ogni anno circa l’8 % dei prodotti cambia mercato di destinazione. Mentre la Germania fatica a diversificare le fonti energetiche, i distretti italiani – dall’occhialeria al tessile – sanno riconvertirsi più velocemente. Il Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, fornisce la chiave di lettura più preoccupante: la durata del conflitto è stata sottovalutata. Intervenendo alla Conferenza MAECI, ha ripreso la preoccupazione di Lagarde e spiegato che «il ritorno alla normalità produttiva sarebbe lento», perché «ai tempi tecnici necessari per il ripristino della capacità estrattiva si aggiungerebbero quelli per la riattivazione dell’intera filiera energetica». Panetta ha lanciato anche un monito sulla stabilità finanziaria, ricordando che il miglioramento delle finanze pubbliche italiane è l’unico scudo che ci protegge da una fuga dei capitali peggiore.

C’è poi il quadro macro. Confindustria lega la crescita italiana alla durata della guerra. In uno scenario breve il Pil viaggia a +0,5 per cento. Se il conflitto arriva a giugno si va verso la stagnazione. Se si protrae fino a fine anno, si entra in recessione (-0,7 per cento). Tre variabili chiave determinano l’impatto finale: la durata del conflitto, la quota di capacità produttiva di petrolio e gas che verrà distrutta, l’esito della guerra e la stabilità successiva della regione.

Il nodo europeo: senza energia a basso costo, il modello italiano regge?

L’assenza di una politica energetica europea integrata è il vero tallone d’Achille. Francia e Germania hanno reagito alla crisi del 2022 con misure nazionali asimmetriche, distorcendo la concorrenza interna al mercato unico. Oggi, con una guerra che minaccia di prolungarsi, la domanda di fondo è un’altra: questa crisi è temporanea o strutturale? L’Italia può reggere altri shock energetici? Il modello industriale italiano è ancora sostenibile senza energia a basso costo?

Le risposte non sono scontate. Da un lato, il Pnrr sta sostenendo gli investimenti e la transizione green. Dall’altro, la fine delle risorse europee – prima o poi – arriverà. E senza un tetto europeo al prezzo del gas o misure compensate per l’energia, il rischio concreto è che le nostre fabbriche perdano competitività non per colpa della qualità, ma per il costo proibitivo della corrente. La lezione che arriva dall’Europa è chiara: non basta la resilienza delle singole imprese. Serve una politica industriale comune. Il presidente di Confindustria lo ha detto a Bruxelles. Il governatore Panetta lo ha ripetuto a Roma. Christine Lagarde lo ha avvertito da Francoforte.

Per l’Italia, il quadro è complicato dal fardello del debito e dalla scadenza – pur lontana – del Pnrr. I prossimi mesi ci diranno se lo scenario da 21 miliardi resterà solo una simulazione o diventerà la nostra dura realtà. Una cosa è certa: senza una risposta europea coordinata, il modello industriale italiano – fatto di piccole e medie imprese energivore, integrate nelle filiere globali, esposte ai prezzi spot – rischia di non essere più sostenibile. E questa volta, la resilienza da sola potrebbe non bastare.

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