POLIMI Graduate School of Management pubblica i risultati del primo European Responsible Start-up Practice Barometer condotto su oltre 400 realtà
Le start-up europee mostrano una crescente attenzione alla responsabilità ambientale e sociale, ma faticano a trasformarla in pratiche strutturate e soprattutto misurabili. È quanto emerge dal primo European Responsible Start-up Practice Barometer, realizzato da POLIMI Graduate School of Management in collaborazione con la coalizione accademica INNOVA Europe. Lo studio, condotto dagli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, ha analizzato atteggiamenti, ostacoli e fattori abilitanti nell’adozione di pratiche responsabili su un campione di 433 start-up europee.
Il Barometer offre una fotografia concreta del livello di diffusione delle pratiche responsabili, delle modalità con cui vengono implementate e della capacità delle start-up di monitorarne l’impatto. Lo studio inoltre fornisce indicazioni utili a investitori, incubatori, università e istituzioni impegnate nello sviluppo dell’ecosistema imprenditoriale europeo. Lo studio è stato condotto tra gennaio e aprile 2025 e ha coinvolto 433 start-up europee, principalmente con sede in Francia (55%), Italia (25%) e Germania (14%), rappresentando quasi metà della popolazione del continente. Una minoranza (6%) proviene da altri Paesi (Spagna, Irlanda, Lussemburgo, Monaco, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Svizzera e Regno Unito). La maggior parte delle start-up partecipanti si trova nelle fasi iniziali di sviluppo: 33% in fase di prototipazione, 39% in early stage, 22% in crescita, e solo 6% in espansione. Nell’81% dei casi, i rispondenti erano fondatori o co-fondatori.
Pratiche responsabili: non ancora una priorità
Sebbene il 93% delle start-up intervistate dichiari di integrare pratiche responsabili nelle proprie operazioni, solo l’81% ha effettivamente intrapreso azioni in almeno uno dei quattro ambiti individuati: ambiente, sociale, governance e civico. A complemento dei tre tradizionali pilastri ESG, il barometer introduce il pilastro “civico”, che include iniziative che vanno oltre gli obiettivi strettamente aziendali, come investimenti nella comunità, sostegno a progetti educativi o sociali, partecipazione a iniziative di rigenerazione locale o innovazione sociale, e molto altro.
L’ambito più frequentemente scelto come punto di partenza è quello ambientale: tra le start-up impegnate in un solo pilastro infatti, il 39% sceglie quello ambientale. Complessivamente, il 67% mette in atto pratiche ambientali responsabili. Quasi 4 start-up su 5 hanno avviato iniziative sociali, in particolare a favore del benessere dei dipendenti (61%) e del marketing responsabile (63%). Il 78% delle start-up adotta pratiche di buona governance. Infine, solo il 51% delle start-up considera prioritario il pilastro civico, e quasi un quarto afferma che non lo sarà nemmeno nel prossimo anno.
Ostacoli e priorità: perché le pratiche responsabili non sono strategiche
La mancanza di risorse finanziarie (69%) e di tempo sufficiente (58%) rappresentano i principali ostacoli che impediscono alle start-up di intraprendere azioni responsabili, anche se le difficoltà variano da Paese a Paese. In Francia, la mancanza di tempo è citata più spesso (66%) rispetto a Germania (42%) e Italia (36%). In Italia, il 64% delle start-up afferma che le pratiche responsabili competono con altre priorità aziendali (contro il 25% in Francia e il 37% in Germania). In Germania, prevalgono i vincoli finanziari: il 79% cita risorse limitate come principale ostacolo, contro il 69% in Francia e il 43% in Italia.
La maggior parte delle start-up ritiene che le pratiche responsabili siano utili, ma non ancora strategiche. Il 42% riconosce un reale valore aggiunto, il 40% alcuni benefici, mentre il 18% non ne vede alcuno. Le pratiche responsabili, dunque, non vengono accantonate per mancanza di convinzione, ma perché considerate meno strategiche rispetto ad altre priorità in un contesto di risorse limitate.
I buoni propositi si scontrano con le difficoltà
Sebbene l’81% delle start-up abbia agito in almeno uno dei quattro ambiti della responsabilità d’impresa, solo il 28% utilizza indicatori di performance (KPI) per misurare l’impatto delle proprie azioni. Tuttavia, senza un sistema di monitoraggio, risulta difficile valutare i progressi, comunicare in modo trasparente o adeguare la strategia nel tempo.
Inoltre, non tutte le start-up misurano allo stesso modo il proprio impatto. La capacità di monitorare i KPI dipende dalla fase di vita, dal settore e dalla pressione ricevuta dal contesto. Le imprese più strutturate lo fanno con regolarità, mentre chi è ancora in fase di prototipazione fatica a trovare le risorse e il tempo per dedicarsi alla misurazione.
Sono i settori naturalmente orientati all’impatto – energia e ambiente, inclusione e impatto sociale – quelli che mostrano la maggiore attenzione al monitoraggio, con percentuali superiori alla media. Eppure, anche in questi ambiti il dato resta modesto, segno che la strada verso una misurazione sistematica è ancora lunga. Tra le dimensioni più presidiate spiccano l’impatto sociale e quello ambientale. Le difficoltà, per chi prova a misurare, sono quasi sempre le stesse: risorse finanziarie insufficienti, mancanza di tempo, scarso supporto interno, competenze specifiche ancora da costruire.
La pressione degli stakeholder
Esiste un fattore capace di fare la differenza più di ogni altro: la pressione degli stakeholder. Quando clienti, investitori, incubatori o partner commerciali iniziano a fare domande, il numero di start-up che monitora il proprio impatto cresce in modo significativo. La richiesta esterna si trasforma in leva interna.
Ma questa pressione è tutt’altro che uniforme. Una start-up su due, oggi, non ha mai ricevuto una domanda sulle proprie pratiche responsabili. La dinamica è più quella di un fenomeno emergente che di una tendenza ormai consolidata.
Tra le imprese che non hanno ancora aperto il capitale, le domande arrivano soprattutto dai clienti, dagli incubatori e dai partner commerciali. Quando invece si arriva a un round di finanziamento di serie A, la situazione cambia radicalmente: interrogare le start-up sui temi ESG diventa la norma. A quel punto a chiedere sono prima di tutto gli investitori a impatto, seguiti da quelli tradizionali, e poi ancora i clienti, che lungo tutto il percorso restano una forza trainante costante e trasversale.
Incubatori e investitori svolgono quindi un ruolo centrale nell’integrare sistematicamente il monitoraggio dell’impatto delle pratiche responsabili nei propri criteri di selezione, supporto e valutazione. Se questo approccio diventasse strutturale, avrebbe un effetto moltiplicatore sull’intero ecosistema, favorendo la trasparenza e l’allineamento dei team aziendali intorno a obiettivi condivisi e responsabili.

«La ricerca evidenzia un cambiamento importante: le start-up europee riconoscono il valore delle pratiche responsabili, ma non dispongono ancora in modo diffuso di strumenti e metriche per trasformarle in vantaggio competitivo. Colmare questo gap sarà fondamentale per rafforzare la capacità dell’Europa di sviluppare innovazione sostenibile nel lungo periodo», ha dichiarato Tommaso Agasisti, co-founder di INNOVA e Associate Dean for International Relations di POLIMI Graduate School of Management.
Tommaso Agasisti



