Come conquistare il mercato del vino con i big data

07/10/2019

Un’analisi delle implicazioni per il settore enologico nel contesto dell’Industria 4.0

Giuseppe Paradiso

Con l’avanzare del paradigma dell’Industria 4.0 e grazie alla digitalizzazione, alle modalità di analisi dei dati diventate più profonde, e grazie anche ai nuovi metodi di interazione che modificano la nostra dimensione sociale, il mercato enologico italiano è alle prese con un grande cambiamento.

Il marketing del vino ha subito un’importante evoluzione nell’era del digitale, e strumenti e nuove strategie permettono alle aziende, anche a quelle  più piccole, di concorrere in un contesto mondiale.

Oggi più che mai è possibile infatti analizzare la domanda a livello globale dei prodotti vinicoli, in maniera semplice e con strumenti quasi del tutto gratuiti come quelli messi a disposizione del gigante tecnologico Google. Da quando la potenza della data collection e della data analysis è stata compresa dai più, tanti sono gli strumenti che hanno iniziato a  proliferare insieme agli investimenti  che si muovono nel settore del digital marketing enogastronomico in Italia.

 

Nell’industria del vino, infatti, sempre più crescente è l’interesse ad utilizzare asset di dati generati dagli utenti. Lo studio degli insight sono utili per studiare comportamenti e preferenze dei clienti o potenziali clienti e, di conseguenza, conoscere meglio il mercato di riferimento.

Il 60% della produzione del vino italiano è destinata ai mercati esteri, e per far fronte ad una competizione spietata, non sono più sufficienti le tecniche di marketing tradizionali, ma è sempre più fondamentale ragionare con e sui numeri.

Quali sono quindi le implicazioni per il settore?

Prima di tutto bisogna considerare che nell’ambito dell’applicazione del marketing, i big data generati da utenti sono quelli che aiutano le aziende a prendere decisioni circa i prodotti da commerciare, dove esportare e, soprattutto, a chi vendere.

I dati che è possibile collezionare ci informano delle preferenze degli acquirenti, delineando un identikit che non si basa sulla mera conoscenza ipotizzata della personas, ma al contrario, si concentra su tutta una serie di informazioni che l’utente stesso ha generato.

Ognuno di noi quando naviga in un sito, in un e-commerce o sui social media lascia un’impronta rispetto aspettativepreferenzeazioni compiute in termini di interazione con un prodotto o un contenuto, quali sono gli interessi collaterali ad un determinato settore e non solo; agli analisti dei dati si prospettano dinanzi una serie di informazioni connesse anche alla regione geografica dalla quale si accede per visualizzare un contenuto, a che ora generalmente preferiamo visualizzare determinati contenuti e/o prodotti, e anche il tipo di dispositivo da cui effettuiamo l’accesso.

Quest’ultimo dato, tra l’altro, dice molto circa la customer journey che ogni singolo utente ha intrapreso prima di effettuare un acquisto.

Tutta questa serie di dati, se elaborati nella maniera corretta, possono aiutare ad impostare strategie rispondenti ai bisogni del proprio target.

Per fare un esempio pratico, basti pensare a come un’analisi del numero di ricerche di un dato vino in una regione specifica sul motore di ricerca è sufficiente a dare dati interessanti rispetto alla commercializzazione di un prodotto. Attraverso l’analisi del volume che genera una determinata keyword sul motore di ricerca in uno stato o una regione, è possibile prevedere se ci sono margini di crescita per l’esportazione.

Ovviamente i dati ottenuti da strumenti digitali devono essere supportate da ulteriori analisi di mercato, ma sono utili a determinare in una fase iniziale se esistono possibilità interessanti. In un secondo momento, poi, è possibile pensare commercializzare prodotti pensati per mercati specificisegmentati e localizzati.

Una delle sfide dell’industria moderna è proprio quella di riuscire ad offrire ai propri utenti prodotti che siano quanto più vicini all’esigenza reale.

Stiamo velocemente andando incontro alla fine del mercato generalista e alla produzione di massa, perché gli strumenti digitali ci permettono di osservare da molto più vicino i comportamenti degli utenti. Nell’ambito del settore enologico sono diverse le esperienze che hanno preso spunto da queste possibilità, e oggi il caso Enolytics.com è uno dei più lampanti.

Se l’e-commerce è una delle applicazioni più in uso per la vendita di prodotti su larga scala geografica, un approccio più strutturato è offerto da questa piattaforma pensata dall’imprenditrice e columnist di Forbes Cathy Huyge.

La sua intenzione è quella di offrire un servizio di visualizzazione di big data per la wine industry; lavorando sul significato e sui pattern creati dai dati a disposizione di un’azienda è possibile renderli più accessibili attraverso la visualizzazione.

La Visualization Knowledge infatti è la metodologia che più di tutte ha un ruolo fondamentale nel processo decisionale: è solo con la corretta interpretazione dei dati che è possibile studiare la strategia più adatta.

Una volta definiti quelli che sono gli obiettivi, però, le aziende del vino, così come le aziende che intendono rimanere competitive, devono costantemente mantenere attiva la fase di monitoraggio delle azioni compiute.

Se si sono lanciate campagne pubblicitarie sponsorizzate, è doveroso continuare a leggere le informazioni generate dagli utenti e sulla loro base modificare di volta in volta messaggi, proposte e metodologie.

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